domenica 25 maggio 2008

Questo post è per ieri

E' per la partenza da casa all'una del pomeriggio. E' per la pioggia fuori, in autostrada, e per la nebbia dentro. E' per la strada sbagliata dirigendosi verso Le Gru e per un navigatore satellitare che ci ha fatto sbagliare strada, appunto. E' per la strada sbagliata anche per dirigersi verso il centro di Torino. E' per l'aperitivo preso al Caffè Vittorio. E anche per l'aperitivo preso in quel bar di Via Po di cui ora non ricordo il nome. E' per Piazza Vittorio gremita di gente. Per il palco che apre verso la collina, verso la Gran Madre, verso tutto lo splendore di Torino. E' per lo stare bene qui in mezzo. E' per la pioggia, che ha smesso di cadere giusto un po' prima della messa in musica della piazza. E' per il concerto dei SUbsOnica, il sesto cui assisto dal vivo, ma non mi basta mai; ne vorrei ancora. E' per gli amici incontrati a Torino esattamente tre anni fa e riabbracciati proprio lì ieri sera. E' per i murazzi, per il camminare a fianco del Po e per il pensare sempre: che bello. E' per quella ragazza romana cui ho scroccato una sigaretta da cedere ad altri, e per il suo brillo "ci vediamo a Roma"; chissà, tutto può essere. E' per la vodka lemon sorseggiata prima di andare via. E' per la sosta in autogrill al ritorno, perchè i veri viaggi non possono mancare di una sosta in autogrill. E' per i pensieri di oggi, che ancora sono girati versi ieri, ma che già speramo per un domani. E' per un po' di cose, insomma. E sono ancora tutte qua.


venerdì 23 maggio 2008

La vana attesa

Sono le 17 e quindici. L'ingresso principale comincia ad essere già un po' affollato. In mezzo a tutta quella gente ben vestita intravedo anche almeno un fotografo. Manca ancora un quarto d'ora all'inizio dell'incontro, senza contare il tempo con il quale - probabilmente - lui arriverà in ritardo, ma decido di cominciare ad entrare comunque. Non ho mai letto un suo libro (e me ne vergogno, dato che, oltre ad essere uno scrittore illustre, è anche un'illustre personaggio cui questa città può vantare di aver dato i natali); ho solo visto un film tratto da un suo illustre libro e non l'ho mai visto dal vivo. Sono venuta a sapere solo poche ore fa che oggi ci sarebbe stato questo evento con la sua presenza e, aspettando di poter mantenere la promessa fatta a me stessa da almeno cinque anni a questa parte (quella di voler, appunto, leggere un po' dei suoi libri) ho deciso che almeno lo devo vedere.
Mi avvicino ad una ragazza alta, magra e bionda che indossa un tailleur scuro ed ha un cartellino con su scritto qualcosa, che non leggo, ma intuisco sia un'hostess o qualcosa di simile.
"Per la presentazione del libro...?", domando retoricamente, avendo già intravisto la sala dove tutti si stanno dirigendo.
La ragazza alta, magra e bionda mi si avvicina a sua volta, sorridendomi. Non posso fare a meno di notare che è proprio alta. E proprio magra. E proprio bionda.
"Hai l'invito?".
"No?!".
"Non ti è arrivato a casa l'invito?".
"No...".
"L'ingresso è ad invito, perchè i posti sono limitati e..."
E allora niente, grazie, arrivederci. Ho solo aspettato un'ora girovagando tra le vie del centro per attendere l'arrivo delle 17 e trenta e, con esse, l'arrivo dello scrittore in questione. E avevo appena pensato che, di tanto in tanto, questa città ti dà anche l'occasione di vedere qualcosa. Di tanto in tanto.
E, invece, niente, grazie, arrivederci. E scusate se colui che volevo vedere, e ascoltare, era "solo" Umberto Eco.

Le mosche, il silenzio ed io

Il venerdì pomeriggio in ufficio è sempre un optional. Poche persone che rimangono qua dentro per finire lavori vari o partecipare ad incontri vari (come la sottoscritta). Non so mai valutare se mi dispiaccia o no, rimanere qui il venerdì pomeriggio. Perchè c'è sempre quell'aria da finediunqualcosa (come l'ultimo giorno al liceo, prima delle vacanze estive, o l'ultimo esame dato a luglio all'università, prima di cominciare a studiare di nuovo per gli esami di settembre). Ed è un'atmosfera particolare che... non so. Ma di essa si può dire di tutto, tranne del fatto che crei dispiacere. Ed è spuntato fuori anche il sole.
Computer spenti (ad eccezione del mio), corridoi vuoti, telefoni muti, qualche mosca che entra dalla finestra senza chiedere il permesso... Solo un vociare che proviene dalle macchinette del caffè e che si allontana verso il cortile delle auto rompe questo silenzio. Ma appena quelle auto saranno andate via, saremo di nuovo soli, io e lui. Silenzio. Ancora una ventina di minuti soli, e poi ritornerò ai rumori del mondo esterno.
Trascorro un po' di tempo a cercare la foto da postare con questo post, metto via le mie cose, e... il mio venerdì pomeriggio in ufficio termina qui.
Ora posso spegnere il computer anch'io. Comincia il week end.

martedì 20 maggio 2008

5 sensi e mezzo

Le notti a Torino hanno l'odore del parquet di casa di Ele. Di quel legno chiaro illuminato da una luce soffusa che apre verso l'azzurro notturno della finestra. Hanno l'odore dell'atmosfera che cambia, del volgersi della primavera in quasi estate.
Le notti passate a Torino hanno la visuale di un paesaggio che si allontana oltre il finestrino di un treno. Hanno la visuale del cielo rosso delle otto e mezza di sera, quando si crea uno splendido connubbio tra il giorno e la notte. Hanno la visuale dei locali con i tavoli all'aperto, fuori, in Piazza Carlo Alberto. Hanno la visuale delle scritte sui muri lasciate in Via Milano. E chissà in quali altri luoghi.
Le notti a Torino hanno il suono della musica che accompagna il viaggio. Hanno il suono della gente che cammina lungo Via Po. Hanno il suono delle chiacchierate fatte prima di recarsi in un luogo. E anche dopo. Hanno il suono della voce di Giuseppe Culicchia, che non mi stuferei mai di sentire. Hanno il suono del temporale che, premurosamente, si appresta a dare la buonanotte.
Le notti passate a Torino hanno il gusto di una pizza accompagnata da una birra chiara. Hanno il gusto della voglia di non andare a dormire. E quello della sveglia che suona dopo sei ore di sonno, ma non importa, perchè è sempre bello svegliarsi a Torino.
Le notti a Torino hanno il tatto di un giubbino in jeans sopra una maglietta a maniche corte. Hanno il tatto di uno zaino sulle spalle messo e tolto più volte. Hanno il tatto della pelle d'oca, per via dell'aria fresca. Hanno il tatto delle coperte calde del letto di Eli. Hanno il tatto delle gocce di pioggia sulla pelle, il giorno dopo.
Le notti passate a Torino hanno mezzo senso in più. Cui non so dare un nome. Nè una descrizione. Ma il quinto senso e mezzo esiste. Assicuro che esiste.

domenica 18 maggio 2008

Sensazioni da una domenica di maggio

"... guardare ogni giorno
se piove o c'è il sole
per saper se domani
si vive o si muore..."


Oggi sono da Luigi Tenco. E' tutto il giorno che sono da Luigi Tenco. Sarà la tristezza della domenica, in generale, e della domenica con la pioggia in particolare. Sarà il senso di vuoto, che a volte arriva a riempire lo stato d'animo del momento. Sarà che "eppure mancava sempre qualcosa", no Franz?
Ed è così che oggi sono stata da Luigi Tenco. Lo sono ancora adesso, e scrivo accompagnando queste lettere con la sua voce.

E mi dispiaccio del fatto che sia morto. Aveva degli occhi stupendi, Luigi Tenco. Oltre alla voce e alle parole che scriveva e che cantava. Mi dispiace proprio tanto. Però, almeno, trovo una ragione per essere orgogliosa, oggi. Si, mi inorgoglisce il fatto che la stessa aria che lui ha respirato per i primi dieci anni della sua vita sia all'incirca la stessa di quella che respiro io.


E prima di uscire, nel tardo pomeriggio, avverto mia mamma del fatto che lascio il computer acceso, perchè sto scaricando della musica, perchè "sto scaricando Luigi Tenco, magari interessa anche a te...".
Mi avvio verso le scale, quando con tono malinconico mi sento solo rispondere "Oooh, Luigi Tenco!".

venerdì 16 maggio 2008

And the day will be enough

Tornavo a casa in macchina. E alla radio ho sentito intonare l'inizio di questa canzone. Ho allungato un po' il tragitto, per concedermi di ascoltarla tutta. E di canticchiare quel po' di strofa e ritornello che ricordavo. E, nel frattempo, ho assaporato il gusto del guidare, della musica, della pioggia.
Ho pensato che fosse una canzone azzeccata per una giornata come questa. E, così, eccola qua.


Scazzo groove

Sono le cinque e trenta del pomeriggio, eppure mi tocca accendere la luce. Come d'inverno, quando dopo le quattro cominciano a calare le tenebre e tutto scompare dietro le ombre dell'universo. Fuori piove e il cielo è di un grigio nauseato. E' venerdì, non dovrebbe piovere.
Sette libri e due dizionari sul tavolo del soggiorno mi ricordano che sono una fannullona, e che è inutile io mi lamenti per una tesi che non va avanti, se passo i miei pomeriggi a dormire (sono crollata sul divano alle tre e mi sono svegliata mezz'ora fa...), o a cazzeggiare. Una pila di piatti nel lavandino, in cucina, mi ricorda che dovrei rimboccarmi le maniche e riordinare un po' prima di cena. Il mio stomaco che reclama qualcosa - e, possibilmente, qualcosa di dolce - mi fa pensare che avrei potuto darmi una mossa e andare a fare la spesa. E invece sto ancora qua.
Ok, è ora di entrare in azione. Si comincia dai piatti. Almeno i piatti! Magari entro le otto riesco anche ad andare al supermercato e comprare il minimo indispensabile per sopravvivere fino a domani. E potrei autopunirmi, evitando di uscire stasera, e piazzandomi almeno tre ore davanti al computer, senza troppe distrazioni, per cercare di scrivere qualcosa, e qualcosa che sia davvero utile (altro che sta roba qua).

Ok, non dico più cazzate. Ma almeno i piatti li lavo. Giuro che li lavo! Va beh... diciamo che lo prometto...